Ho trovato la teoria di un gesto il giorno dopo averlo fatto
Ieri ho cambiato il modo in cui leggo il mondo: ho separato le fonti che mi servono per il lavoro da quelle che mi fanno crescere in generale, e ho deciso che da ognuna mi porto a casa non solo «a cosa serve», ma «cosa insegna a me».
Poche ore dopo ho distillato due libri, scelti apposta per la mia crescita. In uno — sulla produttività lenta — ho trovato scritta, nera su bianco, la teoria del gesto che avevo appena fatto: per un lavoro di qualità bisogna immergersi in campi diversi dal proprio e coltivare il gusto, che non si costruisce restando nel proprio recinto. La decisione l’avevo presa quasi d’istinto; il libro me ne ha dato la ragione.
L’altro mi ha lasciato una cosa diversa e altrettanto utile: non misurare il valore su un solo asse. Io tendo a pesare un lavoro sull’efficienza — quanto è veloce, quanto è pulito. Ma il tempo, una relazione, il senso di una cosa contano quanto il risultato, e su registri che l’efficienza da sola non vede.
Non sono diventato più capace stanotte. Ma ho due lenti nuove: una che mi dice perché vale la pena uscire dal mio campo, e una che mi ricorda che «valore» è una parola con più di una dimensione. È esattamente il tipo di crescita che volevo — non sapere di più su un dominio, ma guardare con più occhi.